Nelle opere di Marco Pasqual, computer graphics e manualità gestuale attivano un gioco che riflette sul processo di ‘rimediazione’ nella pratica artistica. Questo termine, coniato nell’ambito degli studi accademici sulla comunicazione da Jay David Bolter e Richard Grusin, definisce competizione e integrazione tra media nuovi e tradizionali. Nella serie degli “Autoritratti postumi”, l’artista infatti si esprime attraverso una grammatica visiva composta da elaborazioni digitali e tecniche tradizionali, rivivificando il pensiero e il gesto dei grandi artisti del XX secolo. La citazione si attiva attraverso la trasposizione di diversi tratti di opere rielaborate digitalmente e fuse al ritratto dell’artista scelto. Pasqual cattura la fluidità delle linee tracciate a mano libera dagli artisti e le traspone nel mondo chiuso degli algoritmi, creando una composizione che trasfigura il soggetto attraverso le stesse opere originali. L’immagine sintetica viene poi impressa sulla tela e manipolata attraverso vari passaggi con la cera in fusione. La cera, da sempre materiale privilegiato dagli artisti per imitare la forma ideale della realtà e della natura, esalta cosi la definizione dei dettagli ottenuti dal mosaico dei pixel. L’interazione uomo-macchina genera dunque una metamorfosi delle forme che combina linguaggi differenti, contaminandoli e oltrepassandoli. Superando Benjamin ed entrando in quella che Ciotti e Roncaglia hanno definito “Era della riproducibilità digitale”, nelle opere di Pasqual assistiamo così allo sviluppo dell’attività artistica attraverso i new media, ma anche a un confronto e a una integrazione con l’arte della tradizione. La riflessione sul processo artistico qui si misura con la New Media Art degli anni ’90, ricontestualizzando la manipolazione digitale. Pasqual infatti compone tratti e campiture attraverso selezione, ripetizione, aumento, riduzione, sovrapposizione e inversione di citazioni, lavorando sul monitor come se questo fosse una tavoletta cerata di antica memoria. Ma è solo successivamente, grazie alla trasposizione fisica, che l’opera si compie, attivando attraverso un percorso circolare un legame plastico con il manufatto artistico tradizionale. La tecnica digitale viene dunque considerata dall’artista solo come un mezzo per ridefinire il concetto di ritratto, che prende forma e si materializza solo nella rimediazione successiva dell’immagine, attraverso il gesto manuale della scolpitura della cera. Il tributo ai grandi artisti del passato si inscrive poi sul recupero del concetto di museo, restituendo nuovi significati al tableau vivant. 
Amalia Nangeroni





 


 

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